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Un artista muore davvero?

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 Ma un artista muore davvero?

E’ passato già un mese dalla scomparsa di Giano, si faceva chiamare così il pittore dai paesaggi verdi di una natura somigliante a quella del suo vivere raccontata con grande poetica nell’articolo di Valerio Franconi (Appennino Camerte 27 luglio 2017).

Forse non sono la più adatta per parlare di una persona che se n’è andata e di cui ho condiviso una mostra e qualche discussione sull’arte, ma visto che sono un artista, proprio in onore dell’arte vorrei dire qualcosa a riguardo e soprattutto vorrei chiamare Giano con il suo nome usando una faccia sola del Giano: Gianfranco Maiorano, e Gianfranco vorrei identificarlo nella sua arte più sconosciuta, quella più vera e profonda rappresentata nei suoi dipinti in cui la metamorfosi è continuo studio; quell’espressione in cui non esce solo il pittore, ma anche l’Artista, colui che non scompare quando muore, colui che in segreto e nel silenzio e all’ombra delle tante graziose, protettive ed armoniose casette dipinte, crea un paesaggio tutto personale: astrattoinformale, in continua trasformazione in cui la parte più profonda dell’essere artista, esce potente e senza filtri per colpire l’osservatore inondandolo di sensazioni di ogni tipo forma e colore.

La ricerca di un pittore rende lo stesso pittore un Artista e l’artista è colui che prosegue il suo credo in un ricercare continuo che si inserisce nei meandri, non solo del colore, ma del proprio essere e di quello del mondo che lo circonda fino a riassumerne l’essenza in qualcosa che non è così immediata, che non piace a tutti e non può piacere a tutti ma, dal mio punto di vista, va Oltre.

Quante volte ci siamo trovati davanti ad una espressione artistica troppo “essenziale” come anche a un ballerino, penso al ballerino di flamenco Israel Galván ad esempio, o a un cantante grande come Demetrio Stratos che usava la sua voce come uno strumento, e siamo rimasti colpiti rifiutandone a priori la proposta… ma dobbiamo pensare che ogni artista ha il dovere di sperimentare, studiare, animare, sottolineare, togliere, riassumere forse anche fino a far divenire una canzone un solo suono, un ballo un solo gesto, un dipinto una sola pennellata o un video un solo movimento che andrà in loop all’infinito. Mi direte che quella non è Arte, ma vi assicuro che lo è, e ciò provocherà nell’osservatore, in noi, una sensazione forte e incomprensibile, un fastidio, un amore, un’attrazione, una reazione. Ed è quello il senso, arrivare alla sintesi facendo sì che quel riassunto d’arte possa contenere infiniti vissuti e infinite emozioni da poter inondare l’osservatore di un ascolto mai ascoltato e un vissuto mai vissuto. E un giorno chissà, forse, tutte le arti si uniranno in un solo gesto e saranno davvero la salvezza, la saggezza del mondo.

Scrivo queste poche righe perchè un artista deve venir raccontato e riconosciuto anche per la sua ricerca meno conosciuta come quella portata avanti da Gianfranco, e per dire che gli artisti non scompaiono mai neanche quando i figli dei figli non ci saranno più. Gli artisti rimangono nell’aria e nell’essenza, nelle opere, nelle pennellate, nei segni incisi su un supporto qualunque reso sacro dall’espressione di colui che crede nell’Arte e ne fa motivo di vita.

Gli artisti non scompaiono come le parole scritte ad un computer. Gli artisti, semplicemente, rimangono.

E mi auguro che tutti, artisti e non, si possa lasciare qualcosa di diverso: un tassello, un’invenzione, un modo di pensare nuovo, un’apertura diversa, qualsiasi cosa che possa far sì che questo mondo cambi in meglio perché, indipendentemente se saremo ricordati e descritti in un libro, noi tutti, uno ad uno, saremo il corso degli eventi.

Viola

(in copertina opere di Gianfranco Maiorano)