Un'opera è come uno specchio. Quando osserviamo un'opera d'arte scopriamo l'artista o vediamo noi stessi?

Quando si è davanti ad un'opera d'arte, a volte si pensa di scoprire i pensieri dell'artista attraverso la propria analisi credendo poi, di aver compreso le profondità dell'autore. Ma si sa: un'opera è come uno specchio, attraverso lei si può osservare profondamente solo se stessi, i propri limiti, paure, bellezze.
E la meraviglia di ciò è che ognuno potrà osservarsi davanti ad un'opera d'arte, farsi domande e tentare anche di darsi delle risposte. In poche parole: conoscersi.
Se ho la grande fortuna di ascoltare i commenti di un osservatore davanti ad una mia opera, ho anche la fortuna di intuirne il modo di pensare, ed ogni volta ho l'occasione di scoprire, attraverso le varie interpretazioni, un pezzetto in più dell'umanità che mi circonda. Uno dei tanti modi di viaggiare.

La stessa cosa, però, può accadere ad un artista davanti ad una modella in cui, quest'ultima, diverrà per il pittore l'opera in cui riflettersi, il proprio specchio.

Dopo l'incontro che descrissi nell'articolo numero 8 di BlogArt “L'artista e la modella” accadde qualcosa che ebbe tutto un altro sapore.
Posò per me una donna di 86 anni.
La donna posò consapevolmente, ma forse anche no. Era in quel limbo dove la ragione c'è, ma fugge via veloce alternandosi in una danza continua con la nebbia dell'inconsapevolezza.
Ammetto che il mio disagio fu forte. Non sopporto l'invadenza sotto ogni forma e trovarmi io nella parte dell'invasore certo non fu cosa piacevole, tanto che insistetti per non eseguire la seduta.
Ma mi si rassicurò che la signora voleva, avrebbe voluto...

E va bene, forza: si disegna.
La difficoltà fu enorme a dir poco, non solo per il continuo movimento della modella, ma perché avevo davanti a me una persona fragile dal corpo fatto di una storia che conoscevo davvero poco e che potevo solo intravedere e supporre fra le pieghe della sua pelle, le rughe e l'atteggiamento ormai solidificato, nella posa tenuta da una vita.
I grandi seni che hanno nutrito i figli avuti, le gambe fragili di chi ha camminato tanto ma poi ha rallentato fino a fermarsi, e le mani consumate in contrasto alla pelle morbida e luminosa di bambina... per un attimo ebbi la sensazione di trovarmi davanti alla grande madre.
Lo sguardo poco presente fu il più difficile da affrontare perché conteneva attimi di consapevolezza nel fare da modella ad un artista, alternati ad attimi di: “chi sei? perché mi guardi?”
Questa volta la corrispondenza fra me e la modella fu spietata.
Quello specchio mi fece sentire la nostalgia non mia di cose vissute e anche di quelle mai vissute, la bellezza di un tempo, le risate e crepapelle, i batticuore di emozioni di vita, la velocità d'azione, l'organizzazione operativa di una donna in tempi che non ho vissuto, ma posso intuire.
Ed è così che è stato tutto il tempo.
In tre quarti d'ora durati forse mesi, mi sono fusa con questa donna a flussi continui.
Ero lei, poi ero me stessa e poi tornavo ad essere lei.
Ho cercato di avere estremo riguardo per chi ha vissuto una vita prima di me, per chi ora è così fragile da non poter essere indipendente come sono io adesso.
E allora certo, la mente si fa grande, il cuore si allarga e la matita sul foglio intimidisce riuscendo a fermare, forse, solo quello sguardo di chi non sa cosa stia accadendo davanti a sé.
Quel segno timido è la fusione leggermente percettibile con una donna di un mio presente reale e un mio possibile passato. Mi suggerisce che in “Autobiografia di un pensiero fisso” c'è decisamente anche la sua presenza con le sue battaglie.
Lo sguardo penetrante mi fa “vedere” che qui la vita è anche questa e non c'è proprio scampo.

Ecco: ero l'osservatore e lei la mia opera, attraverso lei ho visto i miei limiti, le mie paure, le nostalgie di cose mai vissute, la mia fragilità. Ma paradossalmente, alla fine, dopo questo tumulto di turbamenti, ci si sente solo liberati e liberi come quando ci si contempla davvero.

Il risultato di tutto questo? Non c'è nulla di più seducente e impagabile dell'imbattersi in un dipinto su cui rimanere incollati a guardarsi.